IL NUOVO BUSINESS DELL'ACQUA PRIVATIZZATA
UN ABRUZZO BISOGNOSO DI PRESENZE
GLI AFRICANI IN ITALIA
RIFUGIATI: LA SITUAZIONE MONDIALE, EUROPEA, ITALIANA E SAVONESE
IL NUOVO BUSINESS DELL'ACQUA PRIVATIZZATA
Il decreto Ronchi. Il sistema pubblico e la qualità degli amministratori. L'inadeguatezza del sistema privato nella gestione dell'acqua.
Un milione e 400mila firme, in soli due mesi, per il referendum contro la privatizzazione dell'acqua da parte del Forum dei movimenti per l'acqua. Questa volta una notizia rinfrescante! È un dato molto significativo che indica la voglia ancora di partecipare alla cosa pubblica. Non era mai successo per altri referendum. Lo scopo: togliere l'acqua dal mercato e il profitto dall'acqua. Dopo l'incontro dello scorso 29 aprile, promosso dall'Ufficio pastorale del Lavoro insieme al Centro Mondialità, sul tema della gestione pubblica o privata dell'acqua, riportiamo di seguito una significativa riflessione sul tema proveniente dal mondo Caritas. Si tratta di un intervento di don Ennio Stamile, delegato regionale delle Caritas calabresi.
"Se non fosse per quei pochi cittadini che ancora trovano il coraggio e la forza di protestare, sarebbe passato totalmente sottosilenzio, coperto dai boatos del peggiore gossip politico, fatto di donnine allegre e potenti a "nudo" uno dei provvedimenti più assurdi, al quale se ne è aggiunto ultimamente un altro, il cosiddetto federalismo demaniale, che la storia di questo Paese ricordi: la privatizzazione dell'acqua. Lo scorso 19 novembre il Parlamento con voto di fiducia, a conclusione di un iter parlamentare durato due anni, ha dato via libera alla conversione in legge del cosiddetto decreto Ronchi che, all'articolo 15, definisce i criteri per l'affidamento totale ai privati o a società miste (pubblico-privato) dei servizi pubblici di rilevanza economica, quindi anche acqua e rifiuti. Un nuovo appetibile business, sancito con una serie di norme unidirezionali e la definitiva mercificazione di un bene essenziale alla vita. L'acqua, infatti, è un diritto umano universale, patrimonio dei ricchi e dei poveri; è un bene comune da tramandare alle generazioni che verranno.
La tendenza dei governi che si sono succeduti, la cui azione politica è sempre stata inficiata dai debiti "colossali" accumulati a seguito delle gestioni fallimentari delle risorse pubbliche, a privatizzare tutto (vedasi vicenda Protezione civile s.p.a. e scandali annessi) ed a fornire servizi solo se remunerativi, snatura la vocazione democratica di un paese e svilisce nei cittadini il senso dello Stato. Non serve dotarsi della sfera di cristallo o scomodare nostro Signore per prevedere che la logica di gestione di una società privata è quella di moltiplicare i profitti, mentre le aziende speciali pubbliche hanno come obiettivo il pareggio del bilancio. La gestione pubblica dell'acqua, in passato, ha prodotto debiti e clientele grazie alla "qualità degli amministratori" e non a causa del sistema. Del resto laddove la gestione è stata affidata ai privati si sono registrati gli effetti della peggiore gestione pubblica: sostanziali aumenti delle tariffe, forte diminuzione degli investimenti e dei controlli. In sintesi la privatizzazione dell'acqua porterebbe benefici solo alle imprese e non alle famiglie. La Francia, infatti, dopo la privatizzazione dell'acqua degli anni '70 sta tornando al sistema pubblico che permette di applicare tariffe più basse ed una migliore manutenzione della rete con investimenti garantiti. Si sa, il nostro è un Paese in controtendenza.
Sarebbe, di contro, auspicabile che su un aspetto di fondamentale importanza per la vita pubblica e democratica (la gestione dell'acqua è una questione di democrazia) del nostro Paese, a dispetto delle difficoltà economiche, rispetto alla futura realizzazione di opere faraoniche, già progettate, si privilegiasse l'ammodernamento della rete idrica che, ed uso un eufemismo, fa acqua da tutte le parti: ben il 40% delle risorse idriche vanno perse. Se poi il governo pensa di privatizzare l'acqua per rendere più efficiente il servizio ed impedire che si ripetano "pubbliche cattive gestioni", è opportuno che metta in conto che le società private sono popolate da uomini, creature imperfette che, come suggeriscono le molteplici inchieste in corso della magistratura, vivono di "imperfezione, corruzione e sostanziosi profitti".
Persino in Bolivia il governo è stato costretto ad una retromarcia, allorquando, dopo aver affidato la gestione dell'acqua ad una multinazionale, le tariffe risultarono aumentate in modo esponenziale, tanto da raggiungere un terzo del reddito pro capite. Una privatizzazione costata morti e feriti che hanno insanguinato le vie di Cochabamba: numerosissimi boliviani hanno marciato sulla città per protestare contro le decisioni del governo che di fatto avevano penalizzato tutte le fasce sociali, in particolare quelle più deboli. Consideriamo infine le tesi di autorevoli osservatori internazionali ed esperti di strategia, i quali hanno ipotizzato che le guerre del XXI secolo scoppieranno a causa dello stato delle risorse idriche del pianeta e per l'accesso all'oro blu: un terzo dell'umanità infatti non ha accesso diretto all'acqua potabile e di conseguenza è fonte di diseguaglianza e di tensioni. Così recita quasi profeticamente Mark Twain: "Il whisky è per bere, l'acqua per combattersi". Se è vero com'è vero che l'acqua e l'aria sono doni di Dio all'umanità, ci chiediamo: quando i soliti noti per far cassa privatizzeranno anche l'aria?"
La Caritas Diocesana
UN ABRUZZO BISOGNOSO DI PRESENZE
Un aggiornamento dai nostri operatori. Le attività estive in programma. La debole risposta da parte di volontari e gruppi scout. Il forte bisogno degli aquilani di non sentirsi soli.
Proseguono le attività delle delegazioni Caritas Liguria e Sardegna a Barisciano e nella Piana di Navelli. Stiamo portando avanti alcuni progetti (Borse Lavoro, Ricostruzione Leggera e Centro Ascolto) e, con l'aiuto dei volontari provenienti dalle nostre regioni, cerchiamo di continuare l'opera di ascolto e di sostegno alla popolazione che abbiamo intrapreso a partire dallo scorso anno con la presenza di Fabia, operatrice Caritas Sardegna, e dei volontari liguri.
Purtroppo il numero dei volontari, sia sardi che liguri, non è così elevato come speravamo qualche mese fa. Avevamo infatti previsto un fitto programma di attività, che prevedeva, le attività di routine, l' animazione nelle case di riposo, il sostegno alle comunità parrocchiali, le visite domiciliari nei vari paesi della zona, e soprattutto puntava fortemente sull'animazione con i bambini ed i ragazzi. Data la scarsa affluenza di gruppi e singoli volontari, abbiamo dovuto ridimensionare proprio quest'ultimo punto della programmazione, limitandolo al solo mese di agosto e avvalendoci anche dell'apporto di volontari di altre delegazioni regionali Caritas.
Ci siamo anche interrogati su quale potesse essere il motivo di questa risposta così debole da parte della nostra regione, domandandoci se le informazioni che passano i mass-media stiano distorcendo in maniera così forte la realtà aquilana, dove in realtà ancora adesso molte persone vivono situazioni altamente problematiche e la gente non riesce a guardare con ottimismo e speranza al futuro. Forse il discorso "terremoto a L'Aquila", dopo il gran clamore della scorsa estate, è già passato di moda in un mondo frenetico come il nostro, nel quale si fa in fretta a dimenticare le notizie che più ci colpiscono e si è sempre in cerca della novità più recente. E anche la storia della tragedia di Haiti ce lo dimostra…
Interrogarci, anche in questo caso, non ha lo scopo di individuare responsabilità in altri, quanto piuttosto quello di riflettere sulla realtà e sulla sua percezione, ed imparare ad orientare i nostri comportamenti e le nostre scelte quotidiane.
Alla data in cui scrivo, sabato 17 luglio 2010, solo due gruppi scout di Genova e di Cairo Montenotte hanno risposto al nostro invito a svolgere un campo di servizio con noi durante l'estate. Poi altri pochi singoli ad agosto. Il gruppo di Cairo, dopo i contatti presi con la Caritas di Savona, scenderà in Abruzzo nell'ultima settimana d'agosto cercando di realizzare un'animazione per ragazzi e adolescenti.
Dalla diocesi di Ventimiglia-Sanremo invece, sono già scesi, e hanno vissuto un'importante esperienza insieme a noi operatori, quattro ragazzi che stanno svolgendo un anno di servizio civile presso la Caritas diocesana: Julien, Amanda, Alice, Stanislao. Voglio scrivere i loro nomi innanzitutto per ringraziarli, perché con la loro semplice presenza non hanno fatto sentire soli noi e soprattutto le comunità presso cui si sono recati, gli anziani delle case di riposo dove hanno trascorso interi pomeriggi. Abbiamo motivo di credere che quest'esperienza li abbia fatti tornare a casa cresciuti, sicuramente più consapevoli della reale situazione attuale, quella che i telegiornali non raccontano, e decisi a raccontare quello che hanno visto e vissuto.
Non ci stanchiamo di ribadire, infatti, che in questa situazione, che più volte Mons. D'Ercole Vescovo Ausiliare de L'Aquila ha definito come la vera emergenza, gli aquilani si sentono abbandonati, oltreché talvolta additati come ingrati o violenti. E testimoniare, anche attraverso la discesa di gruppi di ragazzi volontari, che qualcuno è ancora al loro fianco, è per loro di grande conforto.
Il nostro programma per le attività estive prevede inoltre, attraverso una collaborazione con le amministrazioni locali, alcune iniziative di animazione e di supporto alla popolazione, con l'obiettivo di far rivivere le piazze dei paesi della nostra zona. Dal terremoto, in particolare in alcuni paesi, sono cessate feste e manifestazioni che, soprattutto durante l'estate, animavano la vita serale del paese, ed ancor prima rappresentavano un'occasione d'incontro. Dai racconti delle persone, si percepisce molto forte lo scoraggiamento e la malinconia per una vita di paese che non c'è più, ma ancora più forte è il desiderio di vedere rivivere ed animarsi le vie ed i luoghi dove un tempo si passeggiava e si scambiavano anche solo due parole con gli amici.
Il nostro compito, ancora una volta, sarà stare accanto alla gente e ai giovani di Barisciano e della Piana di Navelli, cercando di costruire insieme la speranza di un cambiamento possibile, giorno dopo giorno.
Davide Carnemolla
GLI AFRICANI IN ITALIA
Presentato un volume della Fondazione Migrantes e della Caritas Italiana. La loro presenza in mezzo a noi. Quali regioni prediligono. Lavoro e scuola.
Dal titolo "Scenari migratori Africa-Italia", realizzato da oltre 60 autori e presentato il 16 luglio scorso a Roma, questo volume ha alla base il viaggio organizzato dal Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes a Capo Verde (febbraio 2010) per studiare le molteplici problematiche del continente africano e approfondire i flussi migratori con l'Italia insieme ai rappresentanti di organizzazioni sociali e di ricerca, italiani e africani. Ricordiamo in questa sede solo una parte del libro dedicata ad alcuni dati sulla presenza africana in Italia.
Dei quasi 5 milioni di africani nell'UE, circa un quinto si è insediato in Italia. Gli africani nella Penisola erano il 30,5% dei titolari di permesso di soggiorno alla fine del 1990, il 30% dei residenti stranieri alla fine del 2002, il 26% alla fine del 2005, il 22,4% all'inizio del 2009. Si tratta di 871.128 persone (su 3.891.295 cittadini stranieri residenti), ma almeno 1 milione considerando quelle in attesa di registrazione anagrafica. Le donne sono il 39,8%, ma con variazioni notevoli tra le diverse collettività. Nel gruppo di quelle più conosciute, si va dal 21% del Senegal al 73% di Capo Verde.
Ogni 10 immigrati africani 7 sono nordafricani (69,6%) e quasi 5 marocchini (46,3%). Tra le collettività più numerose si inseriscono la Tunisia (oltre 100mila residenti), l'Egitto (quasi 75.000), il Senegal (quasi 70.000), la Nigeria e il Ghana (più di 40.000). Gli africani in Italia vivono nei due terzi dei casi (66,3%) in quattro regioni: Lombardia (29%), Emilia Romagna (14,8%), Piemonte (10,2%) e Veneto (12,3%).
Le traiettorie di insediamento cambiano a seconda dei gruppi nazionali. La Lombardia è il polo più importante per la presenza africana in generale e per gli egiziani in particolare, che qui si concentrano in 7 casi su 10. I tunisini realizzano l'insediamento più significativo in Sicilia (15,3% del totale), così come fanno la collettività ghanese nel Nord Est (62,4%, di cui il 28,3% in Veneto e il 22,1% in Emilia Romagna) e quella capoverdiana nel Lazio (46%) e a Roma (42%), un altro polo importante per diverse nazionalità.
In Liguria, all'interno delle prime 10 nazionalità più numerose, troviamo la presenza di 11706 africani: 9760 marocchini e 1946 tunisini (elaborazione su dati Istat).
Più di mezzo milione di persone originarie del continente africano sono inserite come lavoratori dipendenti nel sistema produttivo italiano, costituendo quasi un quinto (17,6%) del totale degli occupati nati all'estero registrati dall'Inail. I percorsi occupazionali variano a seconda delle collettività e dei territori di inserimento: ad esempio, i maghrebini, soprattutto tunisini, sono molto presenti, oltre che in edilizia, nel settore agricolo e della pesca, in particolare in Sicilia (dove però il loro ruolo di braccianti viene sempre più rilevato dai romeni), mentre le poche collettività a prevalenza femminile (come quelle di Capo Verde ed Eritrea) si concentrano nel settore domestico, in particolare nelle grandi città come Roma. Gli immigrati africani iniziano ad essere ben rappresentati anche nelle cooperative: un esempio noto è quello di Ghanacoop, che ha creato posti di lavoro anche in Africa.
La situazione è piuttosto dinamica sul piano dell'iniziativa imprenditoriale, che vede gli africani, con 61.323 posizioni su 185.466 titolari d'impresa stranieri censiti a maggio 2009 (Unioncamere/Cna), incidere per un terzo sull'insieme degli imprenditori stranieri, con i marocchini che costituiscono la collettività più rappresentata. La nota dolente è la scarsa incidenza delle donne: appena l'11,3% tra gli africani imprenditori, fatta eccezione per le nigeriane (53,2%).
Va ricordata la diffusione di situazioni di sfruttamento lavorativo, evidenziato dalle tante Rosarno del nostro Paese (Villa Literno, San Nicola Varco, la piana di Sibari-Metaponto, le campagne di Foggia e altre località pugliesi, Ragusa, S. Croce Camerina, le campagne del basso Lazio, per citarne alcune).
Gli alunni cittadini di un Paese africano, su circa 200mila minori, sono 150.951, maggiormente concentrati nella scuola primaria (41%) e in quella dell'infanzia (25%), dato che suggerisce l'importanza delle seconde generazioni. Nel corso del 2008, i cittadini di uno Stato dell'Africa nati direttamente nel nostro Paese sono stati quasi 25.000, un terzo dei bambini stranieri nati in Italia nello stesso anno (33,5%). Il carattere stabile dell'inserimento, oltre che dalla presenza familiare, viene evidenziato anche dal crescente numero di coppie miste. Nel 2008 sono stati 6.130 i matrimoni con almeno uno sposo di cittadinanza africana celebrati in Italia, di cui 4.524 unioni miste (73,8%).
Nel futuro, bisognerà mettere in conto una maggiore presenza africana nel nostro Paese. Per il 2050, anno per il quale l'Istat ha previsto la presenza di 12,3 milioni di stranieri, se gli africani mantenessero l'incidenza attuale (ma probabilmente l'aumenteranno) diventerebbero oltre 2,7 milioni. Ulteriori informazioni
Dal comunicato stampa di Caritas Italiana
RIFUGIATI: LA SITUAZIONE MONDIALE, EUROPEA, ITALIANA E SAVONESE
Appena celebrata la giornata mondiale. I numeri del fenomeno. La situazione nella nostra provincia. Il diritto d'asilo.
Domenica 20 giugno si è celebrata la Giornata mondiale del rifugiato dal titolo "Home: Un luogo sicuro per ricominciare", ad indicare che i rifugiati, persone che sono state costrette ad abbandonare le proprie case a causa di guerre e persecuzioni, hanno il diritto di ricostruirsi una vita in sicurezza e dignità. Per far sì che questo accada, hanno bisogno di un luogo dove possano essere accolti e che dia loro l'opportunità di ricostruire un percorso di vita al riparo dalle minacce e dalla violenza. Diamo uno sguardo veloce alla loro situazione mondiale, europea, italiana e savonese.
Rifugiati nel mondo. Ogni giorno nel mondo, ci sono persone che fuggono da conflitti armati, da persecuzioni etniche e religiose, dalla tortura e dagli arresti arbitrari. Secondo l'Alto Commissariato ONU per i Rifugiati (UNHCR), si tratterebbe di oltre 67 milioni di persone. Non tutti riescono a mettersi in salvo. L'80% dei rifugiati nel mondo si trova nei paesi in via di sviluppo. Il flusso di persone in fuga non si arresta mai.
Nel caso si riconoscesse la presenza di pericolo di vita per la persona richiedente, a fronte di una richiesta di asilo ci possono essere tre risposte positive: il riconoscimento dello status di rifugiato, la protezione sussidiaria e l'autorizzazione di soggiorno per ragioni umanitarie.
Rifugiati in Europa. Eurostat, l'ufficio statistico dell'Unione Europea, in occasione del World Refugee Day svoltosi il 20 giugno scorso, ha pubblicato i dati riguardanti le domande d'asilo in Europa. Secondo l'UNHCR, un richiedente asilo è "(qualsiasi) persona che ha lasciato il proprio paese d'origine, richiesto il riconoscimento di rifugiato in un altro paese, ed è in attesa di una decisione riguardo alla propria domanda di riconoscimento".
Ecco i dati: gli Stati Membri dell'Unione Europea dei 27 nel 2009 hanno garantito protezione a 78.800 richiedenti asilo, rispetto ai 75.100 del 2008. I paesi col maggior numero di beneficiari sono Somalia con 13.400 persone il 17%, Iraq con 13.100 persone il 17%, Afghanistan con 7.100 persone il 9%. Fra quelli accettati, 39.300 hanno acquisito lo status di rifugiato, 29.900 la protezione sussidiaria e 9.600 un'autorizzazione di soggiorno per ragioni umanitarie.
Nel 2009, da parte di cittadini di 151 paesi, sono state presentate e conseguentemente esaminate 317.500 richieste d'asilo nei paesi dell'Unione Europea, di cui 228.600 erano decisioni di prima istanza e 88.900 decisioni a seguito di appello. Il tasso di riconoscimento di asilo (ovvero il tasso di decisioni positive sul totale di decisioni) è del 27% per gli appelli in prima istanza e del 19% per le decisioni in appello. Detto ciò, il tasso di riconoscimento varia molto da paese a paese ed è dovuto in gran parte alla cittadinanza dei richiedenti stessi. Si passa da paesi con un alto tasso di riconoscimento in prima istanza come Malta (66%), Slovacchia (56%), Portogallo (51%), Paesi Bassi e Danimarca (tutti e due del 48%), a paesi con un basso se non quasi inesistente tasso di riconoscimento, come la Grecia (1%), Irlanda (4%), Spagna (8%), Francia (14%) e Slovenia (15%).
Rifugiati in Italia. L'Italia ha un tasso di riconoscimento positivo del 38,4% in prima istanza e del 12,5% in appello. Ha riconosciuto soprattutto rifugiati Somali (2.385), Eritrei (1.305) ed Afgani (700). Fra le 8.600 concessioni di protezione, 2.150 persone hanno acquisito lo status di rifugiato, 4.920 sono sotto protezione sussidiaria e 1.840 hanno ricevuto l'autorizzazione di soggiorno per ragioni umanitarie.
La scelta politica di bloccare gli accessi dal Canale di Sicilia, riaccompagnando in Libia indiscriminatamente tutte le persone intercettate in mare, ha penalizzato soprattutto chi cerca protezione: nei 4 mesi da gennaio ad aprile 2009 circa 10.000 stranieri hanno chiesto asilo, e durante i restanti 8 mesi dell'anno solo 7.000 circa. Tra le persone respinte c'era un elevato numero di cittadini somali ed eritrei: tuttavia, nello stesso 2009, tutti i somali e l'80% degli eritrei che sono riusciti ad accedere al territorio italiano hanno ricevuto la protezione internazionale. Una tragica contraddizione.
Il calo imposto delle domande d'asilo non è stato accompagnato da una qualità maggiore nell'accoglienza. Nell'agenda politica dettata esclusivamente dall'emergenza, le risorse per percorsi di integrazione sono ancora troppo residuali. Proprio i più vulnerabili si trovano privi di opportunità concrete per integrarsi.
Rifugiati a Savona.
Secondo i dati della Questura di Savona, gentilmente concessi e aggiornati al 27 luglio 2010, sono 43 le persone nella nostra provincia che in questo momento godono di protezione internazionale nelle tre modalità sopra descritte. Hanno ottenuto il permesso di soggiorno per riconoscimento dello status di rifugiato 17 persone: 1 Sri Lanka, 2 Colombia, 6 Serbia e Montenegro, 2 Laos, 1 Mali, 1 Congo, 4 Albania. Hanno ottenuto il permesso di soggiorno per protezione sussidiaria 11 persone: 4 Eritrea, 2 Colombia, 1 Moldavia, 1 Sri Lanka, 1 Bangladesh, 1 Nigeria, 1 Burkina Faso. Hanno ottenuto il permesso di soggiorno per motivi umanitari 15 persone: 1 Burkina Faso, 1 Sudan, 2 Costa d'Avorio, 3 Eritrea, 1 Marocco, 1 Kosovo, 2 Albania, 2 Algeria, 1 Palestina, 1 Russia.
Il diritto d'asilo. La Costituzione italiana all'art.10 comma 3 sancisce che "lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge". Il vero e proprio diritto d'asilo è riconducibile a questo articolo costituzionale e presuppone che al richiedente sia impedito nel paese d'origine l'esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana.
A tutt'oggi non esiste ancora in Italia una legge nazionale organica sul diritto d'asilo: pertanto il riconoscimento dello status di rifugiato si basa sull'applicazione della Convenzione di Ginevra del 1951.
Il diritto d'asilo è uno dei diritti fondamentali, riconosciuto - almeno sulla carta - dalla maggior parte degli Stati del mondo. Di quale protezione godono i rifugiati oggi? Un numero sempre minore di persone riesce ad arrivare in Europa: le politiche di controllo dei confini, sempre più aggressive, sbarrano tragicamente la strada anche a chi fugge da guerre e persecuzioni. In particolare, la pratica dei respingimenti in Libia preclude l'accesso a migliaia di rifugiati africani, molti dei quali vittime di tortura. Difficile sostenere che la loro sorte non ci riguardi! Sebbene il numero delle domande d'asilo sia fortemente calato, molti rifugiati continuano a non trovare in Italia un'accoglienza dignitosa. In un Paese che continua a considerare il loro arrivo come un'emergenza da fronteggiare volta per volta, il percorso di un rifugiato ha poco a che vedere con la sicurezza e la protezione: alloggi di fortuna, esclusione da ogni forma di tutela e assistenza, precarietà. Lasciati a se stessi, spesso ignoti ai servizi sociali, molti rifugiati pur essendo arrivati in Europa si sentono ancora in fuga. È urgente trovare soluzioni per riempire di contenuti una protezione internazionale che, a queste condizioni, rischia di trasformarsi in un pezzo di carta senza valore.
La Caritas Diocesana
INCONTRO SETTIMANALE DI PREGHIERA
A causa del rifacimento del tetto della struttura di Via Mistrangelo, gli operatori e i volontari della Caritas e della Fondazione si ritrovano per le lodi mattutine nella sala riunioni, presso la sede diocesana di via Mistrangelo 1, il lunedì mattina alle 8.30. Tutti possono partecipare.